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Balbuzie in età infantile.

BALBUZIE IN ETA' INFANTILE
Dai 18 mesi in poi è facile che il bambino possa presentare un linguaggio quasi simile a quello del soggetto disfluente, oppure dopo un periodo di normofluenza potrebbero comparire i primi blocchi. Questa prima forma di balbuzie definita primaria o fisiologica, è caratterizzata da prolungamenti o ripetizioni di fonemi, dove non appare alcuno sforzo o consapevolezza della difficoltà fonica. Questa prima fase è riscontrabile in molti bambini al di sotto dei tre anni, e nella maggioranza dei casi tende a dissolversi nel tempo.
Quando la balbuzie continua al di sopra dei quattro anni, questa manifestazione può già considerarsi come segnale d’allarme sul quale intervenire. Dai quattro ai sei anni si struttura la balbuzie secondaria o evolutiva, la quale tendenzialmente è più favorevole alla cronicizzazione.

In questo tipo di balbuzie, blocchi e prolungamenti delle sillabe appaiono più frequenti e maggiormente intrisi d’ansia, spesso accompagnati da sintomi somatici e reazioni emotive.
Nella balbuzie secondaria il bambino non riesce a controllare il tono muscolare dell’apparato fonico, presentando una certa distorsione della voce e dell’articolazione. La tensione muscolare appare visibile attraverso blocchi e ripetizioni del fonema. L’infante si sforza in tutti i modi per evitare lo spasmo e l’eventuale blocco.

Nello sviluppo della competenza linguistica, che giunge a termine attorno ai 9/10 anni di età, si possono ravvisare oltre alla balbuzie anche contrazioni muscolari, correlabili al normale fluire delle parole.
Per identificare i segnali di una futura balbuzie conclamata, si possono osservare già nel periodo prescolare degli importanti indici premonitori quali: un eccessivo tasso di ansia e di aggressività, disturbi del sonno e dell’alimentazione, enuresi e/o encopresi, ritardi nell’acquisizione delle competenze motorie, eccessiva dipendenza dall’adulto.
Il più delle volte il bambino disfluente manifesta una richiesta eccessiva di vicinanza da parte della figura genitoriale. Tali richieste saranno visibili soprattutto quando l’infante deve separarsi dal genitore. Segnali ansiogeni si potrebbero rivelare ad esempio prima di andare a letto; in tale situazione l’infante desidera costantemente una vicinanza rassicurante per superare paure notturne, oppure potrebbe manifestare il desiderio di dormire nel lettone con i genitori . Altri segnali potrebbero manifestarsi al mattino, prima di andare all’asilo o a scuola.

Al contrario vi sono anche bambini che rifiutano categoricamente ogni forma di coccola o di dipendenza da parte dell’adulto.
La scarsa attenzione a questi comportamenti potrebbe portare il bambino a non sentirsi adeguatamente “contenuto” e capito dalla figura adulta, a scapito di uno scarso sviluppo della fiducia ed autostima, necessaria per poter affrontare il mondo esterno con le sue richieste.
Questi sintomi, spesso con l’inizio della scuola, invece di ridursi possono accentuarsi, creando situazioni di disadattamento sociale e fobia della prestazione scolastica.
Reazioni aggressive si potrebbero manifestare quando il bambino disfluente non ammette il minimo abbandono, né l’essere messo in una posizione di secondo piano.
Quando il bambino é invece posto di fronte ad un atteggiamento educativo incoerente dell’adulto, non comprendendone le finalità, egli si chiude in una propria logica, cercando di affrontare da solo l’angoscia.

La balbuzie è spesso il risultato di un’aggressività sottaciuta, o espressa attraverso forme incomprensibili. L’aggressività che si manifesta nella balbuzie e in diverse condotte, può essere un modo per definire il "controllo relazionale" da parte del bambino, oppure può costituire una strategia per ricercare risposte di comprensione rispetto all’emergere di nuove aspettative o esigenze.
Quando la balbuzie persiste al di sopra dei sei ani, è molto difficile predire se effettivamente questa si dissolverà nel tempo. Da più parti si fa spesso riferimento alla semplice e banale affermazione del tipo : "Non vi preoccupate, tanto la balbuzie col tempo sparisce!".
Da un punto di vista scientifico non si capisce purché si debba per forza credere alla bontà della natura, dimenticando la complessità del sintomo. Nell’evoluzione del bambino tutto è possibile !
E’ nostro parere che si debba intervenire precocemente con la comparsa delle prime avvisaglie al fine di evitare l’instaurarsi di un pericoloso circolo vizioso, che potrebbe durare tutta la vita. Il trattamento potrebbe essere proposto al di sotto dei sei anni, prima che il bambino si confronti con la realtà scolastica.
Molti bambini cominciano a balbettare proprio con l’entrata nel mondo scolastico, quando nuove esigenze mettono a repentaglio il fragile Sé del bambino che balbetta. Per Erikson, l’impatto scolastico è il grande momento della socializzazione, durante il quale il bambino entra in nuovi gruppi, imparando ad assumere diversi ruoli. Se sono stati risolti i conflitti delle fasi precedenti il bambino di sei anni riuscirà ad interagire in maniera produttiva e a sviluppare il senso di competenza e di una nuova comunicazione più astratta e profonda.

Quando ciò non avviene, al contrario, il bambino entrerà all’interno della scuola con un senso di inadeguatezza e d’inferiorità. Non riuscendo così a relazionarsi con gli altri, l’infante che balbetta si sentirà incapace di apprendere, o di offrire una prestazione simile agli altri.
Con l’impatto scolastico, oltre alla balbuzie solitamente si associano sentimenti di sfiducia, stati depressivi a carattere nevrotico, sintomi somatici, fobia della scuola e inibizione intellettiva. Anche se si verificano tali sintomi, nella maggioranza dei casi il quoziente intellettivo appare nella norma.
Bassi-Cannella (1968) secondo una loro statistica, segnalano che nei bambini dai 6 agli 11 anni, con l’ingresso scolastico oltre alla balbuzie potrebbero comparire altri sintomi come : diverse fobie (56%), cattivo rendimento scolastico (40%), instabilità motoria (30%) e insufficiente socializzazione (28%).
All’interno del nostro lavoro, la terapia del bambino balbuziente si sviluppa individualmente. Dopo un esame conoscitivo, si propone un lavoro globale con l’applicazione di una batteria di tecniche foniche, somatiche e comportamentali. L’impegno è di un’ora alla settimana, prevedendo incontri anche con i genitori.

In chiave terapica, lo sblocco fonico si registra con la modifica dei contenuti affettivi, che man mano si esprimono nei giochi e nei disegni. Molti bambini esprimono lo sblocco fonico anche a livello corporeo; non sono rari i casi di risoluzione parallela di sintomi associati, quali: stipsi, enuresi, tics e paure notturne.
Il lavoro si articola in un certo lasso di tempo che varia secondo la storia della persona e la struttura del sintomo. L’opera terapeutica è sorretta parallelamente da colloqui informali e da sedute più strutturate con i genitori, in modo da seguire una medesima linea di intervento e per prepararli ai progressivi cambiamenti del bambino, che implicano una nuova riorganizzazione dell’assetto familiare.

Il resto lo troverete in Caruso E. Balbuzie: Aiutiamoci con 100 risposte, Franco Angeli Editore, collana Self-help, Milano 2001.

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